TEMPESTA

Mancava poco meno di una settimana all’arrivo, una mattina incontro il capitano in ascensore e lo vedo preoccupato. Vedere il capitano preoccupato non è bello, perchè sono uomini abituati a non far trapelare alcuna emozione, sono costretti ad affrontare il proprio lavoro a testa alta mantenendo sempre la calma ( per questo invecchiano così in fretta ). Mi dice “There’s gonna be something crazy, Luca. A storm. Really crazy. Get ready.” Le porte si aprono ed esce. Io rimango in ascensore in preda a brividi di piacere. “Ce l’ho fatta”, penso, “avrò la mia tempesta”. Corro nella cabina degli altri passeggeri con una bottiglia di vino e gli riferisco la novità. Siamo euforici, la aspettavamo tutti, beviamo alla salute della tempesta. Ovviamente non abbiamo mai mostrato questa passione davanti all’equipaggio, saremmo stati irrispettosi. Perchè per quei quattro fighetti che si facevano una crociera sull’Atlantico era come andare a Gardaland, ma per gli altri era lavorare in condizioni terribili e rischiose. Abbiamo quindi celato il nostro entusiasmo in quella cabina.  Ripensavo continuamente alle parole ” Something Crazy”. Cosa poteva essere “Crazy” per un capitano della sua esperienza? Qualcosa di davvero potente, di sicuro. Da quel giorno ci venne tolta tassativamente la possibilità di uscire dalla torre, cioè di andare a prua e poppa. Andai dal capitano la mattina prima della tempesta, per sapere più dettagli, come una spia che cerca di estorcere avidamente informazioni. Mi mostra dei grafici, delle macchie blu non troppo a largo dalla costa di New York, mi spiega che se continuiamo a questa velocità crociera arriveremo esattamente quando la macchia diventerà completamente rossa ( vi lascio intuire cosa voglia dire). Mi dice che per evitarlo ha aumentato la velocità della nave a 27 nodi, e che c’è la possibilità di arrivare un giorno prima del previsto a New York.  Fissando la macchia blu, assumo ad alta voce che il mare dev’essere ancora abbastanza tranquillo in quella zona. Il capitano mi guarda e mi dice che è attualmente a forza 9 e che se non ci sbrighiamo potrebbe andare parecchio peggio.
Ho aspettato 2 giorni quella tempesta. Due giorni, senza poter uscire, guardando fuori dall’oblò sempre lo stesso cielo, e lo stesso mare spettrale. A un certo punto credevo non l’avremmo più vista. Non esiste la tempesta, è solo nella tua testa, continuavo a ripetermi. Questo è quello che vedevo dall’oblò, sempre uguale, tutto il tempo. C’era elettricità nell’aria, potevi sentirla sulla punta della lingua quando fumavi le sigarette
Poi finalmente, all’improvviso, mentre leggevo con addosso la sensazione che comunque qualcosa sarebbe successo, la nave ha cominciato a rollare parecchio. Ricordo mi si sono rotti due bicchieri nei minuti passati davanti all’oblò. Eccitatissimo, ho messo tutto il vetro al riparo, ho chiuso il computer , ho arrotolato la camera intorno a una bustina di plastica e sono uscito in uno dei balconi ai lati del G deck. Questa è stata la prima cosa che ho visto.


Ho cominciato a urlare come un bambino, potete immaginarlo. Mi tenevo alla battagliola come se fosse il braccio di mia madre. Il vento sembrava potesse spazzarmi via da un momento all’altro, in più si scivolava era tutto bagnato. Guardate che cazzo di onde.


Dopo neanche due minuti sono dovuto rientrare. Il fatto di essere all’ultimo piano aumentava la percezione del vento, quindi sono sceso di un paio di piani a vedere la situazione. Come potete vedere, siamo stati parecchio fortunati, perchè le onde arrivavano da poppa e spingevano la nave. Il rollio era forte ma sopportabile.Se quelle onde le avessimo avuto contro a prua sarebbe stato tutto un altro paio di maniche. Da queste foto si riesce poco a fare il paragone, ma vi prego di provarci comunque. Contate la prospettiva, e cercate di capire le proporzioni delle onde rispettivamente alla grandezza dei container. Molte di quelle onde potevano contenerne almeno un paio di essi. Erano grandi come dei fottuti camion.



E davanti a tutta questa potenza, per tutto il tempo, non fatto altro che lottare contro la voglia di buttarmi giù. E assaporare, anche solo per pochi minuti prima di sparire, la potenza della natura stessa. Questo qui sotto è una cosa che ho fatto a novembre, a Istanbul, sulla tempesta. E l’ho rispolverata quel giorno, per esorcizzare quel demone che mi spingeva là fuori, resistendo a quel richiamo che è l’essenza del sublime stesso.

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